{"id":1625,"date":"2014-10-10T12:23:16","date_gmt":"2014-10-10T10:23:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.sanseverinolucano.com\/?p=1625"},"modified":"2014-10-14T10:38:22","modified_gmt":"2014-10-14T08:38:22","slug":"la-zia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.sanseverinolucano.com\/?p=1625","title":{"rendered":"La zia"},"content":{"rendered":"<p>Da piccola avevo lunghi capelli neri che amavo farli pettinare a zia Carmela, la sorella di mio nonno. Aveva uno strano e dolce modo di pettinarmi.<br \/>\n Lei era nata nel 1907 ed era abituata a quel lungo rituale mattutino, quando le donne portavano tutte lunghi capelli da raccogliere a \u201ctuppo\u201d ( tupp\u00e8). Le donne non lavavano spesso i capelli e la mattina per pulirli dallo sporco e da eventuali pidocchi, li \u201cscaravano\u201d. Mia zia continuava a \u201cscararmi\u201d i capelli, nonostante l\u2019accorto shampoo della mamma. Me li metteva tutti davanti al viso e poi \u201ca tagghi a tagghi\u201d, cio\u00e8 ciuffo per ciuffo iniziava a districarli con \u201cu scaraturu\u201d, un pettine dai denti sottili. Per me quell\u2019operazione fatta con amorevole delicatezza era solo una sua lunga carezza.<br \/>\nQuando andavo a casa di zia era obbligatorio bussare alla porta smaltata di verde e aspettare che mi aprisse. Mi apriva e mi faceva entrare senza mai sorridermi.<br \/>\nEra una donnina esile, dal viso austero e lentigginoso, di circa 60 anni ma come tutte le sue coetanee lo aveva segnato da una fatica antica che sembrava ne solcasse anche l\u2019animo. Indossava un\u2019ampia gonna nera che arrivava fin sotto il ginocchio, arricciata in vita, una camicia di stoffa pesante con maniche a tre quarti e dietro la nuca legava un fazzoletto scuro (u maccaturu).Era vestita cos\u00ec in ogni stagione dell\u2019anno.<br \/>\nEntravo in quella piccola casa dai mobili smaltati di azzurro, con una grande tenda beige a fiori rossi che nascondeva il letto. Vi era in quella casa un profumo di pere cotte che molte volte ero costretta a mangiare simulando lo stesso entusiasmo che  mostravo per una cioccolata. I suoi pranzi erano sempre leggeri, avevano qualcosa di buono e di unico. Preparava delle tagliatelle sottilissime su cui riversava del latte caldo e questa era una sua specialit\u00e0 perch\u00e9, crescendo, non ho mai pi\u00f9 visto tagliatelle cos\u00ec sottili e tutte della stessa lunghezza come quelle della zia.<br \/>\n Avevo tante bambole ma la bambola di zia Carmela la preferivo davvero a tutte, forse perch\u00e9 mi affascinava sapere che aveva giocato anche lei in quel modo da bambina.<br \/>\n Iniziava ad arrotolare un asciugamano e ne legava ad un\u2019estremit\u00e0 un pezzo con un fazzoletto per fare la testa della bambola. Era tutto qui quel gioco che io amavo cos\u00ec tanto!. Mi piaceva poi quando mi avvicinava il mio indice al suo recitando un\u2019insensata ma simpatica filastrocca:<\/p>\n<p>\u201cPingula pingula mia cudina a cavallu alla riggina,<br \/>\n la riggina a gghiuta a Spagna e cu setti castagni,<br \/>\n castagne e catagnoli levi la coppula a monsignore ,<br \/>\n monsignori av\u00eca nu cani ca muzzicava li cristiani,<br \/>\n muzzicava li donni belli<br \/>\n iessi tu ca si chi\u00f9 bella\u201d.<\/p>\n<p>Oppure mi sedeva a cavalcioni sulle sue ginocchia, mi afferrava le mani e dondolandomi avanti e indietro cantava: &#8220;Serra serra pane guerra,serra a mia serra a tia e lu gatti i za Maria&#8221;.<br \/>\nUn altro gioco era quello di prendermi la mano e iniziare a dare nomi alle mie dita, dal pollice al mignolo: &#8220;Accida piducchi, licca piattu, u chi\u00f9 luongu i tutti, fiori d\u2019anello e pipirinellu&#8221;.<br \/>\nMolte volte mi proponeva degli indovinelli come questo: \u201cih l\u2019agghiu tu l\u2019hai tu dicu e nu nu sai, chi ghi\u00e8?\u201d.( era l\u2019aglio, chamato in dialetto agghiu).<br \/>\nQuando voleva farmi dormire, mi cantava una dolcissima nenia con la quale aveva fatto addormentare mio padre bambino: <\/p>\n<p>Ndring ndrin li campanieddi<br \/>\nca Maria vin\u00eca da Roma<br \/>\ncu setti virgineddi chi<br \/>\npurtavani la  curona.<\/p>\n<p>Non mancavano storie di Santi. Mi raccontava che Santa Lucia era una bellissima fanciulla dagli occhi azzurri, cos\u00ec bella che un re la voleva in sposa ma lei che amava Ges\u00f9 lo rifiut\u00f2 e cos\u00ec il re ordin\u00f2 ai gendarmi di strapparle gli  occhi  per riporli in una bacinella da mostrare a tutti . Santa Lucia rimase senza i suoi occhi ma continu\u00f2 ad essere bella e ad essere la protettrice dei ciechi.<br \/>\nLa fede ha accompagnato tutta la sua vita, oltre alle messe, recitava ogni sera il rosario e raramente mi permetteva di ospitarmi mentre pregava ed  io non me la prendevo, avevo capito quanto quello fosse un momento alto e privato per lei e istintivamente lo rispettavo.<br \/>\nNei giorni assolati, zia mi portava a fare delle lunghe passeggiate. A volte salivamo sopra Mezzana, per raccogliere rami secchi che legava con una corda e si metteva sulla testa. Camminavamo cos\u00ec, con una mano manteneva sul capo la legna raccolta e con l\u2019altra teneva la mia mano.  Stringere la sua mano era rassicurante, rispondere ai saluti della gente che incontravamo per strada, era piacevole, cos\u00ec come lo era starsene all\u2019ombra di un albero, ad osservare la zia mentre curava le sue pianticelle, discorrendo con chi zappava l\u2019orto confinante.<br \/>\nLa domenica andavamo assieme a messa. Era una tortura starmene ferma e zitta per un\u2019ora intera, ad ascoltare il prete senza mai riuscire a capire  ci\u00f2 che diceva. Dopo il segno della croce mi sedevo e pensavo al modo per distrarmi pure quella domenica. Iniziavo a fissare i banchi smaltati d\u2019azzurro, alzavo gli occhi e restavo incantata da quei lampadari enormi, dai quali scendevano delle lunghe catene.<br \/>\nIl momento pi\u00f9 bello era sentire il prete dire:\u201d la messa \u00e8 finita andate in pace\u201d. Mi aggrappavo alla mano di zia e mi chiedevo chi avremmo mai incontrato per la strada del ritorno, magari una delle sue care amiche .<br \/>\nAdoravo zia Domenica l\u2019amica \u201dgiuvinedda\u201d, non sposata, come zia Carmela. Da bambini chiamavamo tutti zii e zie, una forma di rispetto verso le persone anziane.<br \/>\nZia Domenica era vestita sempre di blu e quel colore si abbinava ai suoi occhi azzurro intenso. Viveva con la nipote ormai adulta, rimasta orfana da bambina. Mi piaceva quando zia mi portava a casa loro, la loro casetta, somigliava molto a quella di mia zia e a volte c\u2019era persino lo stesso odore di pere cotte. Ricordo con tenerezza quelle serate in cui zia sfilava le maglie e zia Domenica raccoglieva la lana in un grosso gomitolo.<br \/>\nC\u2019era poi zia Mariangela, bravissima a fare le punture, abbandonata assieme alle sue due bambine dal marito, partito per l\u2019America e zia Ncicca, un\u2019anziana signora cieca che aveva sempre posato in testa un fazzoletto bianco; mi regalava zollette di zucchero che a dire il vero, io bambina degli anno \u201c80, abituata a cioccolate e caramelle di ogni genere, detestavo ma prendevo lo stesso, per non farle un torto.<br \/>\nA settembre, le amiche di zia, venivano ad aiutare la mamma a togliere le foglie dalle pannocchie di gran turco ed io e le mie amichette facevamo a gara a chi lavorava di pi\u00f9 per trovare la pannocchia di mais rosso denominata \u201c a sciorta\u201d, la fortuna. Trascorrevamo cos\u00ec intere serate.<br \/>\nErano tante le amiche di zia ed erano sue amiche da una vita e ognuna era sostegno per l\u2019altra. Nel nostro dialetto pi\u00f9 antico si diceva :\u201dci stimiamo\u201d oppure \u201cci vogliamo bene\u201d, rare volte si usava la parola amicizia.<br \/>\n L\u2019amicizia era questa: stima e bene, non era solo un sentimento o una casualit\u00e0 l\u2019essere amici ma un atto quotidiano, una sicurezza. Ci si sosteneva nei momenti difficili e ci si aiutava l\u2019uno con l\u2019altro nei lavori pi\u00f9 duri. Zia era sempre disponibile con le sue amiche come lo era con i suoi nipoti. Lei non si era mai sposata e come tutte le donne non sposate di allora, era avvezza a prendersi cura di tutti, lo aveva fatto con i suoi genitori, poi con i suoi nipoti e adesso con i figli dei suoi nipoti. Non era abituata a baci e carezze ma lei ci dava molto di pi\u00f9, ci trasmetteva l\u2019aspetto pi\u00f9 vero dell\u2019amore, quello che ci dice che ogni rapporto umano va vissuto con seriet\u00e0,rispetto, gioia e dedizione.<br \/>\nForse ognuno di noi ha nei suoi ricordi una zia Carmela, una persona anziana che ci ha aiutato a farci vivere un\u2019infanzia felice.<br \/>\n Ogni bambino meriterebbe una persona che tramandi un po\u2019 della sua memoria, dei suoi valori pi\u00f9 belli, qualcuno che lo ami con autorevolezza.<\/p>\n<p>Carmela De Marco<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da piccola avevo lunghi capelli neri che amavo farli pettinare a zia Carmela, la sorella di mio nonno. Aveva uno strano e dolce modo di pettinarmi. 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