SAN SEVERINO LUCANO [.com]

E’ Natale

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L’aria è tagliente, me ne sto rannicchiata con il naso sotto le coperte fino a che la mamma mi chiama, devo alzarmi. Oggi è Natale, fuori il cielo è azzurro intenso e il bianco forte della neve splende sotto il sole. Ricordandomi del giorno di festa, corro in cucina a chiedere alla mamma, indaffarata nel vestire mio fratello, se Babbo Natale abbia portato il mio dono. Papà sorride e mi tende il regalo di Babbo Natale: una bambolina ricciuta che indossa un vestitino bianco a fiorellini rosa. La stringo a me felice e la cullo un po’ tra le braccia. Guardo poi soddisfatta le luci dell’albero di Natale addobbato l’8 dicembre (l’albero ‘i cegghistri), un ramo di agrifoglio pieno di bacche rosse che il mio papà ha portato dalla montagna. La mamma mi esorta ad andarmi a preparare. Indosso il vestito nuovo di lana verde fatto dalle magliaie del mio villaggio e un paio di stivali di pelle nera.
Sono pronta e da sola scendo giù per le scale, ho da fare gli auguri con lo spirito che spazia tra dovere e piacere. I primi a ricevere i miei auguri sono i nonni. Entro nella loro casetta dal mobilio smaltato di azzurro, nello spazioso camino brucia ancora il ceppo della vigilia di Natale, ‘u zipponu i Natale, lo ha scelto il nonno, ha scelto il ceppo più grande che aveva nella catasta di legna, in segno di buono auspicio. Il nonno sta lustrandosi le scarpe, indossa l’abito e il cappello della festa. Mi sorride, è sereno e gioisce della mia presenza e io mi avvicino a baciargli le guance. La nonna distoglie l’attenzione dalla pasta che sta preparando con le sue mani, prepara i “rashkatieddi” con il sugo della lepre cacciata due giorni prima da papà. Il nonno poi mi regala diecimila lire che ripongo in tasca ringraziandolo. Li saluto e corro verso la casa di zia Carmela.
La zia mi accoglie in casa, le faccio gli auguri ma lei sembra avere fretta, sta togliendo qualche pelucco dallo scialle di lana marrone e mi raccomanda in tono algido di fare presto se ho intenzione di scendere con lei a messa. Esco e mi affretto a correre su per le scale di zio Nicola. Trovo lo zio che sistema il fuoco e la zia che infila il braccio di mio cugino nella manica del cappotto di panno. Mio cugino vuole venire con me e zia Carmela a messa. La zia ci prende per mano e andiamo a messa mentre mia cugina di cinque anni più grande di noi, preferisce accudire mio fratello visto che la mamma aiuta la nonna. Ha poco tempo per stare con lui poiché lei e la sua famiglia sono emigrati in Calabria, sono qui solo per le vacanze Natalizie.
Finita la messa e fatti gli auguri ai presenti si va tutti a pranzo a casa dei nonni. La mamma , le zie e la nonna si stanno occupando della cucina; mio nonno , lo zio e papà assaggiano il nuovo vino accompagnato da biscotti da forno. La nonna ha messo sul fuoco una grossa pentola “ ’a caudara”, appesa alla “camastra” dove cuoce la pasta mentre su un’altra, posta sulla “fornacetta”, continua a bollire la carne di lepre. Hanno preparato due tavoli: uno per gli adulti e uno, piccolo, “a buffetta”, per noi bambini. Sotto il piatto dei papà nascondiamo, avendo come complice la nonna , la letterina di Natale scritta a scuola, dove auguriamo prosperità e gioia ai nostri genitori.
Inizia il ricco pranzo: rashkateddi al sugo di lepre, carne di lepre, capretto arrostito da mio nonno pastore, i tipici dolci fritti, “i cannariculi” e l’immancabile panettone. Mio cugino vuole il vino, forse per imitare gli uomini di casa e zio lo accontenta mischiando un po’ di vino all’acqua. Dopo il pranzo la mamma desidera prepararci il gelato che i suoi genitori le facevano da bambina e così arriva con un po’ di neve fresca, la mette nel bicchiere aggiungendoci caffè zuccherato: accogliamo quello strano gelato come una vera e propria leccornia.
Finito il pranzo gli uomini restano a tavola a bere qualche altro bicchiere di vino e parlano del tempo. Quest’anno i “juorni cuntati” che partono dal giorno di Santa Lucia fino a Natale, non promettono nulla di buono. Il tempo che fa durante questi giorni è la previsione del tempo del mese che verrà nell’anno nuovo; e così il 13 è gennaio, il 14 febbraio e così via.
Le donne lavano i piatti e noi bambini usciamo fuori a giocare. Tiriamo giù con le palle di neve le colonnine di ghiaccio che scendono dalle grondaie, “i cannilieri”, li prendiamo tra le mani e iniziamo a leccarli, come fossero dei gelati. Corriamo sulla neve con disinvoltura, ci sediamo su un vecchio coperchio di alluminio e scivoliamo giù dalla strada in discesa. Ripetiamo il percorso fino a sfinirci.
Fa subito buio e si rientra a casa. Il tanto atteso Natale è passato, mi affaccio dalla finestra divertendomi ad osservare la luce dei lampioni riflettersi nei cristalli di ghiaccio e inizio ad immaginare i Natali futuri. Ingenuamente credo che saranno dolci e veri come quello appena trascorso, non so ancora che il tempo, ha le mani di un ladro.

Carmela De Marco

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