SAN SEVERINO LUCANO [.com]

Tradurre gli autentici ideali di promozione umana

Si surriscalda sempre di più la campagna elettorale. Il confronto politico s’è infarcito di stoccate mordaci, di altero disprezzo, di scontri duri dove la demonizzazione dell’avversario è divenuta un fatto quotidiano. Sembra che molti freni inibitori si siano sciolti e che la ragione, la moderazione, il buon senso siano stati messi in disparte. C’è quindi conflittualità accentuata, frammentazione e molta incertezza.
A causa di discordia civile Dante scaglia all’Italia nostra quelle dure, caustiche parole: “ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero!…” (Purg. VI, 76).
Chiediamo che si temperino i linguaggi ovvero i toni aspri, i proclami fatti con arroganza; vogliamo che si comprenda che senza un minimo di fraternità si sfaldano le compagini, le società precipitano in baratri profondi. Occorrono mitezza, impegno forte per superare i contrastanti interessi in gioco.
In questa società disgregata e divisa, appellandoci all’amor patrio e per la comune origine e storia, diciamo che occorrerebbe tendere all’unità morale e sociale.
Giorgio Napolitano ci ricorda che è: “il pensiero della Patria a rendere agevole la concordia pur nelle legittime differenze, il bene dell’Italia deve essere il limite alla discordia tra i partiti”.
L’unità si costruisce su qualcosa più grande di noi, su dei valori assoluti, etici e sociali.
Occorre imparare a vivere l’unità nel pluralismo e fare in modo che i principi che proclamiamo siano ispiratori di nuove progettualità politiche. La campagna elettorale per portare a buon esito deve essere più costruttiva e rispettosa delle diverse posizioni, pur dentro la dialettica che è giusta. Meno frecce e molta coesione: le divisioni deturpano il volto dell’Italia e non solo.
L’Italia da tempo vive una stagione di grande lacerazione morale, economica, sociale e politica; si allunga purtroppo la stagione della disonestà e della corruzione a vasto raggio, con arresti eccellenti. Siamo in un cunicolo dal quale non si vede ancora l’esito luminoso. Il nostro Paese è alle prese con una crisi economica e sociale non prevista  con sufficiente lungimiranza e che richiede uno sforzo certamente collettivo, ma che per essere concreto deve far leva sulla responsabilità di ciascuno, nessuno escluso; un Paese che è ormai attraversato da faglie profonde e che rischia ogni giorno di più di lacerarsi. La crisi continua a mordere le famiglie italiane e in modo particolare quelle composte da giovani, spesso precari nel lavoro. Il disorientamento pertanto è grande e generale. Si impone la necessità di una nuova evangelizzazione sociale per trasformare – secondo i dettami evangelici – i criteri di giudizio e i costumi, di permeare le istituzioni e le strutture. Ognuno di noi deve sentirsi interpellato e fermento di attualità, sensibile e attento ad alcuni settori più intensamente sfidanti.
Ecco alcuni ambiti di particolare urgenza:
- la dignità e la centralità della persona, che è il bene più prezioso;
- il diritto alla vita, in ogni suo sviluppo e in ogni sua condizione;
- la famiglia – realtà in sfascio, ma cellula di futuro;
- la politica: destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune;
- la vita economico-sociale: guardando alla destinazione universale dei beni, all’organizzazione del lavoro, a una giusta concezione dello sviluppo, alla questione ecologica;
- la cultura: quale bene comune di ciascun popolo, espressione della sua dignità, libertà e creatività; testimonianza del suo cammino storico;
- la cultura – guardando ai vasti aeropaghi dell’educazione, della scuola, della comunicazione.
Il problema del lavoro, che è la chiave essenziale di tutta la questione sociale, è drammaticamente serio.
Siamo quindi scivolati nella cosiddetta svolta antropologica profondamente e da lungo tempo sostenuta dalla Chiesa. In effetti si vuole riproporre con chiarezza e con coraggio la verità, peraltro attestata dalla storia, che la religione cattolica, pur trascendendo l’orizzonte terreno, è per sua natura capace di rinnovare ogni realtà umana, riscattandola dai suoi errori e limiti e portandola alla sua pienezza.
In questa prospettiva tutti e ciascuno, e in primo luogo quanti nei diversi ambiti hanno una maggiore responsabilità per il bene comune, non possono sfuggire al dovere – reso oggi particolarmente urgente e indilazionabile – di un rinnovamento etico personale, come condizione di credibilità e di efficacia di ogni altra riforma di strutture ed istituzioni.
Sono questi i temi che non devono mancare sull’agenda sociale, da quella di chi ci governa a quella degli ultimi cittadini che si dedicano al volontariato e alla cura degli altri. Sono impegni derivanti dalla coerenza con i valori che fondano e tutelano la dignità dell’uomo e che esigono di essere accolti nella loro integralità e reciproca connessione.
Circola spesso l’immagine di un Paese disamorato, privo di prospettive, quasi in attesa dell’ineluttabile. La crisi economica e sociale è però il sintomo drammatico di uno spaesamento più profondo. L’effetto è un ripiegamento sul privato e una fuga nella demagogia che allontana la possibilità di un cambiamento.
E ora si vota: recarsi alle urne è un grave dovere civico.
A noi pare che il più urgente dovere sia quello di allontanare dal nostro spirito ogni tentazione di smarrimento e di apatia, di rassegnazione e di fatalismo, che costituirebbero il più grave pericolo nella già grave situazione del momento.
Non ci nascondiamo, certamente, le reali molteplici difficoltà, le deviazioni e gli errori; ma crediamo che, nel nostro Paese, non manchino, tuttora, ampie possibilità di ripresa e forti energie di bene, che trovano le loro radici nella fondamentale sanità di persone, di famiglie, di gruppi e movimenti, di tante istituzioni.
Occorre riprendere coscienza della necessità di una responsabile partecipazione di tutti agli impegni richiesti dalla situazione. Nessuno si chiuda in se stesso. Nessuno può sentirsi esonerato, in questo momento, dall’assumere i propri compiti precisi, per collaborare a tradurre in atto gli ideali veri e le aspirazioni di una autentica promozione umana.
La situazione sociale e politica, che l’Italia sta vivendo in questa fase delicata della sua storia, di fronte alla scadenza elettorale ci porta a stigmatizzare l’astensionismo purtroppo sempre rilevante.
Ai candidati dico che, se essere eletti significa essere rappresentanti, questo dovrebbe voler dire che loro devono rendere presente qualcosa da cui in certo qual modo dipendono. Mi auguro che abbiano questa consapevolezza.

Don Camillo Perrone, Parroco emerito di San Severino Lucano