SAN SEVERINO LUCANO [.com]

Escursionismo: etica e ambiente

 

di Saverio De Marco

Vicepresidente Sud AIW (Associazione Italiana Wilderness),

Guida Ambientale Escursionistica

 

 

(Relazione introduttiva presentata nel dibattito tenutosi il 28 agosto a San Severino Lucano, nell’ambito del “Festival dell’escursionismo”, Parco Nazionale del Pollino)

 

Nell’ambito del Festival dell’escursionismo, oltre alle escursioni son stati programmati una serie di eventi serali che comprendono dibattiti e presentazioni per dare al festival un approccio più culturale, anche come invito alla riflessione e al confronto su certi temi, tra cui appunto quelli ambientali.

Intervengo in qualità di Vicepresidente Sud dell’Associazione Italiana Wilderness e do brevi cenni sull’attività e i principi ispiratori di questa associazione.

Wilderness è un termine intraducibile in italiano: implica sia una concezione geografica che una stato d’animo; in pratica wilderness è natura selvaggia ma anche le emozioni di chi entra in contatto con la natura, richiama un rapporto empatico con la natura.

Nella bibliografia relativa alla storia del concetto di Wilderness compare anche il nome di Braschi (guida storica e promotore della protezione ambientale del Pollino), che ne parla nel suo libro “Sui sentieri del Pollino”…

 

“L’Associazione Italiana per la Wilderness, ideata in Abruzzo da Franco Zunino, è stata fondata nel 1985 (..) con lo scopo di diffondere in Italia le prime conoscenze della filosofia Wilderness e del suo Concetto di conservazione, nonché di trovare forme per una sua concreta applicazione anche nel nostro Paese. Originatasi in America nei primi decenni del 1800 e diffusasi soprattutto nel secolo XX, fino ad allargarsi al resto del mondo, la filosofia “Wilderness” ritiene che la natura vada conservata in quanto valore di per sé, e considera questo valore un patrimonio spirituale per l’uomo per ciò che esso esprime a livello interiore e di emotività in chi la frequenta; una filosofia ambientalista che ha le sue radici nel pensiero di Henry David Thoreau (filosofo), di Aldo Leopold (conservazionista) ed altri, e che è contraria all’uso di massa dell’ambiente, sia per scopi ricreativi che di prelievo delle risorse naturali rinnovabili, seppure la ricreazione fisica e spirituale sia uno dei fini della sua preservazione, e conciliabile l’uso corretto e razionale delle risorse naturali rinnovabili.

Franco Zunino

 

Scopo primario del movimento conservazionistico che diffonde questa filosofia è l’applicazione del suo Concetto di conservazione, che è il mantenimento di vaste aree naturali selvagge, mantenimento che si concretizza con le cosiddette “Aree Wilderness”, aree che negli Stati Uniti d’America dal 1964 sono riconosciute per legge su suoli prettamente pubblici, sia all’interno che all’esterno dei Parchi e di altre analoghe aree protette. Un Concetto che ha quindi una profonda implicazione protezionistica, significando un vincolo duraturo nel tempo con il massimo di garanzie che la società possa dare, affinché almeno alcuni luoghi possano restare selvaggi per sempre, nel senso di una loro protezione ambientale prevista la più duratura possibile e che li salvaguardi dalle grandi opere antropiche e soprattutto dalle strade e vie di penetrazione motorizzate e/o meccanizzate, pur assicurando un loro uso equilibrato da parte dell’uomo. (…) L’Associazione Italiana per la Wilderness, mediante contatti con Comuni, Aziende Regionali per le Foreste e soggetti privati, opera propositivamente affinché anche nel nostro Paese possano venire designate delle forme di “Aree Wilderness” per le finalità fin qui descritte, Aree ovviamente adattate alla situazione sociale  e  fondiaria  del  nostro  Paese”. 

 

Colgo l’occasione per auspicare un rapporto della nostra amministrazione con l’AIW per la possibile designazione di aree wilderness nel nostro territorio di pertinenza comunale, anche per assicurare un valore aggiunto in termini di prestigio alle nostre aree più integre e per richiamare un turismo di qualità che faccia perno sui valori della conservazione…

 

 

L’Area Wilderness non ha a che fare con la Riserva Naturale Integrale, perché come concetto la Wilderness non esclude l’uomo dalla frequentazione (nel mondo esistono aree primitive e selvagge che comunque son state sempre vissute da popoli tribali o rurali, pensiamo all’Australia degli aborigeni o agli Indiani d’America); anzi, significa che l’uomo vive in armonia la natura selvaggia godendo dei suoi scenari e lasciandola nella sua integrità naturale e paesaggistica, senza deturparla, banalizzarla e addomesticarla con strade, cave, costruzioni di qualsiasi natura, impianti di risalita. In altre parole è una natura selvaggia che – lasciata priva di strade e altre opere di “colonizzazione” – si difende in qualche modo da sé, perché l’accessibilità avviene solo a piedi e quindi a raggiungere certi posti saranno solo persone veramente motivate e non le masse incontrollate.

 

 

L’AIW è forse l’unica associazione che difende anche il mondo rurale e le attività tradizionali delle comunità locali che vivono in montagna (pascolo, raccolta erbe, funghi e dove previsto anche la caccia), e ritiene che i vincoli alle popolazioni locali debbano essere ripagati con indennizzi e aiuti da parte delle istituzioni. Ne sono un esempio gli indennizzi per la protezione dei boschi di demanio comunale, il risarcimento dei danni ai pastori per gli attacchi dei lupi e i danni dei cinghiali agli agricoltori.

 

L’Associazione Italiana Wilderness non si oppone a nessuna categoria di fruitori della natura, siano essi alpinisti, escursionisti naturalisti e studiosi della fauna, cacciatori compresi (l’AIW non è pregiudizialmente contraria alla caccia, ma collabora con i cacciatori più coscienti che intendono preservare anche certi habitat oltre a cacciare); ritiene che non esistano fruitori buoni o cattivi ma che ogni categoria di fruitori debba porsi dei limiti. Come scrive Franco Zunino “è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura”. Questo significa che siamo noi che dobbiamo adattarci alle esigenze della natura, non dev’essere la natura ad adattarsi alle nostre esigenze!

 

 

L’Escursionismo e il turismo naturalistico

 

 

Tra le categorie di fruitori della natura ci sono gli escursionisti… L’escursionismo ha rappresentato uno stimolo importante per la conservazione della natura. Una volta tutelate, quelle aree erano desinate ad essere visitate. Questo fatto poteva rappresentare una forma di utilizzo e frequentazione diversa delle aree naturali alternativa al turismo di massa, inoltre poteva rappresentare nelle aree protette l’attività principale (in aree depresse dal punto di vista economico) per il decollo di una forma di economia diversa e più sostenibile tramite quello che chiameremo “turismo naturalistico”.

 

Indubbiamente, l’escursionismo, soprattutto nell’accezione del camminare a piedi, che comprende una vasta gamma di tipologie di attività, rappresenta il modo più ecologico per visitare le aree protette, ma sempre se praticato in un certo modo…

 

 

Il rapporto tra escursionismo e conservazione della natura può essere positivo per entrambi se si adotta una certa etica e una certa gestione: ambienti naturali ben conservati infatti, saranno appetibili per i visitatori e consentiranno di percorrere itinerari pregevoli e di qualità, richiamando anche un turismo di livello qualitativo maggiore. Da un target di visitatori più qualitativo ne trarrà beneficio anche la natura, perché tale tipologia ricercherà proprio ambienti ancora integri…

 

 

Le potenzialità quindi sono anche nella bellezza, negli ambienti ben conservati

 

 

Un dato sociologico: con la concentrazione delle persone nelle città la domanda di natura è diventata sempre più forte negli ultimi decenni, avendo come destinazione soprattutto le aree protette. Inoltre, nella ricerca di un turismo basato sulla natura ha influito, come risulta dalle ricerche sociologiche, la crescita di stili di vita alternativi di una nuova classe media urbanizzata, caratterizzata da variabili come livello di istruzione medio-alto, età compresa tra 35 e 54 anni, impiego nel settore terziario (più pubblico che privato) e come liberi professionisti.

 

 

Giorgio Braschi individuava negli anni ottanta, nel saggio “Tempo libero e ambienti naturali, prospettive per la conservazione”, le motivazioni all’origine dell’espandersi della domanda di natura: aumento di reddito, maggiore disponibilità di tempo libero, aumentata mobilità delle masse, condizioni di vita sempre più alienanti nelle aree urbane, miglioramento della viabilità, circolazione delle idee da parte dei mass media.  Motivazioni sia salutistiche (fisiche) che etiche. Le aree marginali di montagna diventano per il turista di città aree ricreative e di svago, con tutti i benefici ma anche le contraddizioni che derivavano da questo fatto…

 

 

La domanda di natura ha sì suscitato interesse per misure di salvaguardia ma solleva anche dei problemi, perché il turismo naturalistico ha, come ogni attività, il suo impatto ambientale. Come sottolineano i sociologi ambientali il rapporto tra turismo e ambiente crea quasi una situazione paradossale, per la quale il turismo per esistere ha bisogno delle risorse ambientali, ma utilizzandole contestualmente le consuma, e più il settore si espande più s’intensifica l’uso delle risorse che utilizza e quindi il loro consumo. Entra quindi in campo il problema di una gestione ottimale.

 

 

Parleremo dei problemi rappresentati specificamente dall’escursionismo negli ambienti naturali…

 

La frequentazione di ambienti naturali fragili, soprattutto nei periodi di punta del turismo estivo, può comportare danni all’integrità degli stessi.

 

 

C’è il problema dei rifiuti che vengono lasciati purtroppo anche in alta montagna. In questo caso anche il rifiuto biodegradabile (bucce di banana ecc. ) in posti altamente frequentati può diventare un problema, sia di natura visiva, perché rifiuti biodegradabili prima di degradarsi devono stare là diverso tempo e sia perché abituiamo animali selvatici ad un cibo che non è il loro. Ma si trovano anche escrementi sui sentieri (la gente non capisce che dovrebbe almeno spostarsi in luoghi più appartati e nascosti scavando una buca e sotterrando il frutto dei propri bisogni). Buona norma per un escursionista sarebbe portarsi un sacchetto dove mettere piccoli rifiuti (come confezioni di merendine, buste di plastica e oggetti perduti dagli escursionisti) che si incontrano lungo i sentieri, riportandoli a valle.

 

 

 I campeggi e bivacchi estivi con accensione di fuochi: lasciano tracce brutte da vedere per gli altri escursionisti e rischiano di provocare incendi… nell’area del pino loricato sono particolarmente pericolosi perché c’è il rischio che si possano incendiare anche le radici sottoterra dei pini tramite una lenta combustione interna. (In questo caso è d’obbligo il fornellino a gas).

 

 

L’impatto dell’escursionismo può ledere il paesaggio e la morfologia dei luoghi quando vuole facilitare l’avvicinamento alle cime e la comodità del turista…. quindi ecco la penetrazione delle strade asfaltate con l’asfalto di strade sterrate (autolesionistico, perché si distruggono possibili itinerari di mountain bike, di trekking e di equitazione), la costruzione di nuovi rifugi e bivacchi (ne sono un esempio bivacchi futuristici del CAI di cui si parlava nel numero di aprile 2015 di Montagne 360°) che appunto sfregiano il valore wilderness di certi luoghi. Ricordo invece i bivacchi di pastori della zona del Gran Sasso, in cui dormii una notte e che si integravano perfettamente nel paesaggio: l’escursionismo etico dovrebbe sempre tendere al recupero dei manufatti tradizionali. 

 

E poi ovviamente ci sono gli impianti di risalita e funivie (il vero cancro delle montagne!). E’ ovvio che ad essere funzionanti dovrebbero essere i rifugi già esistenti e di bassa quota, mentre in alta quota si può e si dovrebbe puntare durante i trekking sull’uso delle tende rimovibili (oggi molto più leggere rispetto al passato e facili da portare).

Deve farsi strada anche un’etica della rinuncia nell’escursionismo: capire che non sempre in montagna si può andare a tutti i costi, sia per evitare pericoli, e sia per non addomesticare la montagna ai nostri scopi e interessi ludico-sportivi.

 

 

 

Un problema in parecchi casi (ma non qui sul Pollino fortunatamente) diventa la deturpazione delle cime con l’installazione di croci di ferro o di cemento, statuine, libri di vetta, targhette di marmo che ricordano persone care ed escursionisti. Sul numero di luglio-settembre 2013 di Wilderness Documenti affrontammo questo discorso con articoli di Zunino, Braschi e del sottoscritto, in polemica anche col CAI, mentre tra i video del canale youtube di Wilderness si può visionare il video-intervento “Croci e statue sulle cime” (https://www.youtube.com/watch?v=9BSVGrdd130). Recentemente è intervenuto anche Reinhold Messner su questo problema. Croci, targhe e statue sono tutte cose che ledono la bellezza della cima e la sua integrità (quando si arriva in cima al limite bisognerebbe trovar e un ometto di sassi e… nulla più ). 

 

 

L’impatto ambientale dell’escursionismo può riguardare il disturbo di fauna e flora in aree importanti per la biodiversità. Ad esempio, uno dei problemi può essere il disturbo dell’avifauna causato da alpinisti e arrampicatori su pareti dove nidificano i rapaci. In aree come il Parco d’Abruzzo l’escursionismo incontrollato può causare disturbo ad animali come i camosci o all’orso bruno marsicano (in tali aree l’escursionismo è infatti regolamentato, ma l’AIW sottolinea come si dovrebbero lasciare aree interamente chiuse al turismo per non arrecare disturbo all’orso).

 

 

C’è poi l’iper-segnalazione della sentieristica che può avere il suo impatto visivo e che deve essere ridotta al minimo indispensabile (ricordiamo ad esempio la critica dell’AIW alle fila di pietra alla Grande Porta del Pollino, i tabelloni enormi in alta quota, ponti sui torrenti con piloni di cemento…). I sentieri non possono essere delle strade urbane, sono e devono restare appunto tracce di calpestio!

 

 

Per far fronte a questi problemi è necessario sia un approccio etico che gestionale; essi inevitabilmente si compenetrano a vicenda…

 

 

Approccio etico

 

L’approccio etico riguarda il senso di responsabilità e coscienza di ciascuno di noi. E’ necessaria un’operazione culturale che educhi le persone a diventare auto responsabili, tramite un’opera di educazione ambientale. Anche su questi temi ci vengono incontro le riflessioni degli ambientalisti americani…

In America esistono associazioni che si occupano specificamente dell’etica delle attività outdoor.

The Leave No Trace Center for Outdoor Ethics, con sede a Boulder (Colorado, USA) e Leave no trace – Canada.
Sono organizzazioni nate allo scopo di insegnare a tutti la frequentazione responsabile dell’ambiente naturale: si autodefiniscono i promotori del programma più largamente condiviso per un’etica dell’outdoor. Sono gestite da piccoli gruppi di appassionati e di tecnici.
Ciò che maggiormente caratterizza Leave no trace sono i sette principi ispiratori,

Occorre considerare la grande differenza del territorio in cui vorrebbero essere applicati. C’è un abisso tra le vastità selvagge del continente nordamericano cui i sette principi egregiamente si riferiscono e il nostro territorio più circoscritto e antropizzato.

 

 

I SETTE PRINCIPI DI LEAVE NO TRACE
1)  Pianificare e preparare

Conoscere le norme e le regole speciali del territorio che si va a visitare.
Prepararsi per le avversità meteo, per i pericoli e per le emergenze.
Programmare l’escursione in modo da evitare i periodi di affollamento.
Fare gruppi piccoli, quando possibile. Tendere a dividere i gruppi grandi in più piccoli.
Impacchettare ad hoc le provviste per minimizzare i rifiuti.
Usare carta e bussola per eliminare l’uso di segnali dipinti, frecce od ometti di sassi.
http://lnt.org/learn/principle-1

2) Camminare e fare campo su superfici stabili

Le superfici stabili includono sentieri, luoghi di accampamento (campsite), roccia, ghiaia, prati secchi, neve.
Concentrarsi sui sentieri e sui campi esistenti.
Camminare in fila indiana in mezzo al sentiero, anche in presenza di acqua o fango.
Non ingrandire i campi. Insistere su aree prive di vegetazione.
In aree remote e solitarie: tralasciarne la frequenza per scoraggiare la creazione di nuovi sentieri o campi.
Evitare i luoghi dove l’impatto è all’inizio.
http://lnt.org/learn/principle-2

3) Smaltire i rifiuti correttamente
Usare e smaltire. Ispezionare il campo o l’area di riposo alla ricerca di rifiuti e cibo caduto per terra. Insaccare tutti i rifiuti, il cibo avanzato e la spazzatura.
Evacuare le proprie feci in buchi profondi almeno 15 cm, almeno a 50-60 m da acqua, campi o sentieri. Coprire e camuffare il buco.
Per lavarsi o rigovernare i piatti, portare l’acqua necessaria ad almeno 50-60 m da torrenti e laghi, usando poi piccole quantità di detersivo biodegradabile. Disperdere l’acqua usata.
http://lnt.org/learn/principle-3

4) Lasciare come si trova
Preservare il passato: osservare, ma non toccare vestigia culturali o storiche.
Lasciare rocce, piante e altri oggetti naturali come li si trovano.
Evitare di introdurre o trasportare specie non autoctone.
Non costruire alcunché, non scavare fosse.
http://lnt.org/learn/principle-4

5) Minimizzare l’impatto dei fuochi da campo
I fuochi da campo possono causare impatto durevole al territorio. Usare fornelli leggeri per cucinare e far luce con le vecchie candele.
Là dove il fuoco è permesso, usare le apposite strutture (area circoscritta, collinetta).
Limitare la grandezza del fuoco. Usare solo pezzi di legno che si possano spezzare a mano.
Bruciare legna e brace fino alle ceneri, poi raccoglierle e disperderle quando fredde.
http://lnt.org/learn/principle-5

6) Rispettare la fauna
Osservare la fauna da lontano. Non seguirla, non avvicinarla.
Mai dar cibo agli animali: danneggia la loro salute, altera il loro naturale comportamento e li espone a predatori e altri pericoli.
Difendere la fauna e le proprie provviste escogitando una sistemazione adeguata di viveri e rifiuti.
Tenere sotto continuo controllo animali domestici, oppure lasciarli a casa.
Non cercare la fauna nei periodi sensibili: accoppiamento, nidificazione, crescita dei piccoli, stagione invernale.
http://lnt.org/learn/principle-6

7) Rispettare gli altri escursionisti
Rispettare gli altri escursionisti e proteggere la qualità della loro esperienza.
Usare cortesia. Dare il passo sui sentieri.
Fermarsi sul lato a valle del sentiero quando s’incrociano gli addetti al pack stock (vedi nota 3).
Riposarsi e fare campo lontano dai sentieri e dagli altri escursionisti.
Lasciar prevalere il suono della natura, evitando volumi alti di voce e di rumore.
http://lnt.org/learn/principle-7

 

 

E’ vero anche che l’escursionismo può avere un impatto positivo. Come affermava Giorgio Braschi nel suo opuscolo citato, la frequentazione degli ambienti naturali può anche responsabilizzare e sensibilizzare le persone e l’escursionista stesso potrebbe diventare un custode di certi luoghi:

 

 

“Chi frequenta un ambiente imparando a conoscerlo, ad amarlo e rispettarlo non potrà restare indifferente di fronte ad eventuali manomissioni, sfruttamenti irrazionali e distruzioni vere e proprie (…) Se una rivendicazione o una protesta per le manomissioni verrà espressa da una nutrita schiera di appassionati l’effetto pratico sarà sulle decisioni di politici e amministratori pubblici sarà ben diverso rispetto a quello ottenuto da rivendicazioni avanzate da sparuti gruppetti di protezionisti”(…) Ma gli effetti positivi di una fruizione corretta degli ambienti naturali sono anche d’altra natura : l’appassionato, dopo un’opportuna opera di sensibilizzazione e di addestramento, potrà svolgere servizi utili quali sorveglianza e controllo, pulizia di boschi, coste e sentieri, raccolta continua di dati e informazioni che trasmesse agli organi competenti possono rivelarsi utili”

 

Approccio gestionale

 

 

L’approccio gestionale, complementare a quello etico e culturale (non si escludono) riguarda la gestione dei flussi turistici e delle attività di fruizione della montagna, più specificamente le regole che nelle aree protette devono essere osservate dai fruitori.

 

 

Ecco alcune soluzioni che possono essere proposte: 

 

 

1.     Vigilanza e controlli in alta montagna tramite l’opera di guardie forestali, guardiaparco, guardie volontarie e guide del Parco.

 

2.     Studio di percorsi a numero chiuso con obbligo di guida in aree delicate dal punto di vista ambientale.

 

3.     Implementazione dell’escursionismo guidato: la figura della guida escursionistica come mediatore efficace nella gestione dei flussi turistici

 

4.     Diversificazione di itinerari escursionistici, valorizzando anche quelli minori o meno considerati, in modo da evitare l’affollamento nei posti più esclusivi e visitati e per creare maggiori attrattive naturalistiche.

 

5.     Stabilire regole certe su ciò che si può fare e non si può fare in montagna; puntare sulla comunicazione che nell’era di internet è decisiva.

 

 

La guida escursionistica può diventare il tramite ideale per la trasmissione dei valori di rispetto per l’ambiente. Oggi spesso la guida viene vista come un mero accompagnatore che conosce il sentiero, o colui il quale vende ai suoi clienti “divertimento”. Ma bisognerebbe tornare ad una concezione più elevata della guida, che la concepisca come un ambientalista pratico e un consulente della sfera pubblica, che conosce il territorio e inculca ai suoi clienti le specificità in termini di geologia,  flora e fauna del territorio, la biodiversità, nonché il  rapporto che l’ambiente ha avuto con le modificazioni e utilizzazioni umane durante la storia.

 

Giorgio Braschi

Le istituzioni dovrebbero ricorrere maggiormente alle competenze della guida. La guida dovrebbe diventare cioè un professionista regolarmente retribuito e un consulente in tutte le attività che gli competono: sentieristica, educazione ambientale, vigilanza sul territorio, informazione turistica…

 

Per concludere questo discorso, voglio citare ancora un opuscolo di Giorgio Braschi : “La Guida naturalistica: esperienze e considerazioni” per mostrare l’idea di guida a cui mi riferisco.

 

“Tutti più o meno sentono un bisogno indistinto di ambienti integri e puliti, ma pochi sanno come trarre da questi ambienti il massimo dei benefici durante le loro gite, escursioni e passeggiate. Molti provocano addirittura veri e propri danni alle zone che frequentano annientando così quell’attrattiva fondamentale, l’integrità della natura, che tanto affannosamente avevano cercato (…) Per cominciare ad ovviare a questo stato di cose (…) 

sarebbe auspicabile l’utilizzazione generalizzata da parte degli enti pubblici e delle associazioni protezionistiche di personale specializzato nell’orientare, informare e assistere il pubblico nello svolgimento di tutte quelle attività che hanno per teatro gli ambienti naturali. L’operatore specifico per questo tipo di lavoro è la guida naturalistica; i suoi compiti sono diversi e numerosi ma lo scopo finale a cui deve tendere la sua azione è unico: aiutare il pubblico ad instaurare con l’ambiente frequentato un rapporto uomo-natura il più possibile corretto e profondo (…) Compito della guida sarà quindi non solo il rispondere alle domande del gitante, ma soprattutto lo stimolarne le domande suscitando in lui l’interesse per l’ambiente, aiutandolo a vedere ciò che non è abituato a vedere, ad osservare particolari altrimenti trascurati, aiutare insomma la persona ad entrare per mezzo della coscienza nel vivo dell’ambiente che percorre comprendendolo fino ad entrare con esso in un rapporto tale da sentirvisi quasi integrato”.

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