SAN SEVERINO LUCANO [.com]

Educare alla vita buona del Vangelo. Cinquant’anni di pubblicazioni per il bene di tutti

EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO
CINQUANT’ANNI DI PUBBLICAZIONI PER IL BENE DI TUTTI

Un cinquantennio di pubblicazioni curate dal sottoscritto, dapprima con la fondazione del bollettino bimestrale parrocchiale dal titolo: “La voce di San Severino Lucano”, iniziata nel 1961, poi con la pubblicazione del volume: “San Severino Lucano, notizie storiche, geografiche, religiose, folkloristiche e varie” nel 1966, cui ha fatto seguito negli anni 2005-2006, la ristampa molto aggiornata, a cura dell’Amministrazione comunale presieduta dal dott. Francesco Fiore, cui va ancora una volta il mio più profondo ringraziamento e fraterna stima.
Poi altre pubblicazioni, in questi cinquant’anni, e numerosi articoli sempre a carattere socio-culturale, religioso e pastorale. La storia locale scritta… Ci voleva! Una raccolta – pur minima e scarna – di memorie intorno a San Severino non fu mai scritta. Spinto e lusingato dall’insopprimibile affetto per il natio paese ho voluto dare una visione panoramica della vita semplice, delle attività, dell’odissea politica, sociale ed economica dei nostri antenati; nessuna ambizione, nessuno stimolo di vanagloria mi hanno indotto a pubblicare il libro, ma soltanto il desiderio di giovare al paese e l’intento di stabilire un ponte ideale fra la terra natia e i numerosi suoi figli sparsi in ogni luogo.  
L’origine del nostro paese è da mettere in relazione all’espansione della colonizzazione agricola promossa dall’Abbazia del Sagittario sui terreni già in possesso dei Principi Sanseverino di Bisignano e fatti oggetto di donazione. Nel 1495, come la maggior parte degli storici sostiene, i Cistercensi diedero origine al Casale di S. Severino edificando qui poche case per alloggiarvi i propri coloni. A questo primo nucleo di abitanti si aggregarono molti esuli di Castelsaraceno, non più disposti a sopportare gli abusi e soprusi dei feudatari. Nel 1806, a seguito del nuovo ordinamento istituzionale promanato dalla legislazione napoleonica, S. Severino si istituì in Comune, formando la propria circoscrizione sul vasto territorio amministrativo di Chiaromonte. Nel 1820, per distinguersi da altri paesi omonimi, prese il nome di S. Severino Lucano.
Nel lontano anno 1871 il Comune di S. Severino Lucano  contava ben 5215 abitanti (massimo storico). Con i 700 abitanti delle frazioni pedemontane di Viggianello, gravitanti da sempre su S. Severino, si arrivava alla bella cifra di 6000 anime circa. Poi la popolazione sanseverinese si è andata sempre più assottigliando. Varie e molteplici le cause: emigrazione transoceanica ieri, emigrazione interna oggi.
In un territorio prevalentemente montuoso quale è quello di San Severino, dove non poche sono state le difficoltà delle comunicazioni e dei trasporti, nel passato, dove il dissesto idrogeologico è stato sempre grave, ove vi è stata carenza secolare di infrastrutture, dove la produttività è stata bassa (a livello di disperata sussistenza), dove basso è stato il reddito procapite, il nostro popolo non ha avuto una storia di progresso economico, sociale e culturale, ma una vicenda di sofferenze, di miseria, di stenti e sacrifici innumerevoli.
Accanto all’avarizia della terra e del clima i nostri antenati vedevano spesso avvicinarsi lo spettro delle pestilenze come quella del 1850 quando a causa del vaiolo a S. Severino vi furono molte vittime. Ed è ancora la povera gente protagonista della storia politico-sociale dell’800 quando la speranza della divisione della terra la spinge a partecipare ai moti rivoluzionari del 1860, ma ancora maggiormente alla successiva reazione causata dalle sue aspirazioni deluse. Le vivide speranze di un migliore avvenire economico e sociale nutrite nel 1860, in quanto ogni cittadino pensava, certo con troppa rosea illusione, che unità e libertà significassero benessere economico, impieghi, commercio, caddero inesorabilmente; la sutura tra Nord e Sud non era avvenuta e la realtà della vita tornava a essere ancora più dolorosa e preoccupante.
Ma in questi ultimi decenni – a San Severino – si sta assistendo alla crescita delle strutture ricettive e dei servizi  di ristorazione a cui si affianca lo sviluppo di un “indotto” rappresentato da numerose aziende, spesso a conduzione familiare, che producono e commercializzano i prodotti tipici dell’area. Nonostante l’incremento del settore turistico della zona, permangono sul territorio criticità e problematiche proprie dei territori montani collegati prevalentemente a due fattori tra loro concatenati: lo spopolamento e la disoccupazione. In particolare, lo spopolamento dell’area è determinato dal decremento del tasso di natalità e da costanti ondate migratorie che interessano in particolare i giovani.
Il tasso di disoccupazione giovanile, registrato nel 2005, è pari al 36%, che aumenta per i giovani laureati con tempi di accesso al lavoro molto lunghi. Inoltre occorre tenere conto delle caratteristiche del comune di San Severino Lucano, che presenta una realtà urbana assai parcellizzata, costituita da contrade e frazioni dove vive il 58% della popolazione residente.
Le distanze che intercorrono tra le diverse frazioni, le abbondanti precipitazioni nevose che rendono difficili gli spostamenti, il mutamento dell’organizzazione familiare tradizionale, determinato dal coinvolgimento anche delle donne nelle aziende turistiche, a carattere prevalentemente familiare, stanno incrementando l’isolamento dei luoghi e degli adolescenti, in particolare di quelli delle zone rurali e periferiche. Ad aggravare l’isolamento della zona l’assenza sul territorio di San Severino Lucano di istituti scolastici superiori, che costringe i giovani studenti a spostarsi nei centri limitrofi e che rappresenta un ulteriore fattore di dispersione di luoghi di incontro e di aggregazione.
La mancanza di opportunità lavorative, in special modo confacenti alla scolarizzazione raggiunta, la regressione della comunità, sempre più avviata verso un’irreversibile senescenza e la frammentazione del nucleo urbano rischiano di generare fenomeni sempre crescenti di emarginazione dei giovani residenti.
Soprassediamo ora sull’aspetto atavico dell’emigrazione lucana che non ha una omogeneità territoriale, un capitolo molto amaro. Accanto a questo aspetto atavico solo accennato,  l’emigrazione dei nostri giorni sta assumendo sempre più le caratteristiche di una vera e propria “fuga di cervelli”, in quanto il tipico emigrante di oggi non è il giovane contadino che si trasforma in operaio nelle grandi città del Nord Italia o all’estero, ma il giovane con un livello di istruzione elevato, con punte talvolta anche di eccellenza, con non riuscendo a trovare in Basilicata un mercato di sbocco per le sue competenze è costretto a scegliere di vivere altrove.
Questo doloroso fenomeno di impoverimento del capitale umano della nostra terra rappresenta la più grande minaccia alle sue potenzialità di sviluppo. E’ inoltre intimamente connesso al problema dello spopolamento dei piccoli centri interni, perchè questi sono proprio i luoghi in cui l’emigrazione giovanile avviene prima, vista la lontananza da qualsiasi luogo di istruzione universitaria. Cosa fare allora nei nostri paesini?
Sviluppare la cultura della rete, affinchè le piccole comunità vicine possano dotarsi di infrastrutture culturali e aggregative da condividere, invece di perseguire una utopica autosufficienza nella fornitura di servizi al cittadino. Poi investire le agenzie formative, in primis la scuola, del grande compito di diffondere tra le nuove generazioni la cultura del territorio, intesa come capacità di leggere le povertà ma soprattutto le potenzialità che ogni angolo della Basilicata presenta.
In terzo luogo sussidiare la cultura della condivisione e del dono, che è il presupposto di ogni sana imprenditorialità. E’ necessario quindi ripensare completamente il sistema della formazione in Basilicata.
La nostra missione di Chiesa è senza dubbio quella di evangelizzare, ma – nel contempo – non possiamo, e non dobbiamo, ignorare la dimensione temporale, storica, completa dell’uomo a cui è indirizzata l’evangelizzazione. Si dà ormai per acquisito dalla dottrina teologica e dalla pastorale che non vi è vera promozione umana ove non si ammetta la connessione intima tra il temporale e l’eterno, il presente e l’escatologico, il finito e l’infinito, il naturale e il soprannaturale, la filiazione e la paternità. In altre parole, la promozione umana se vuol essere globale non va ricercata solo negli apporti della scienza e della tecnologia, della politica o delle strutture sociali, ma suppone essenzialmente l’adesione al messaggio evangelico calato nella realtà umana.
Ai preti, ai laici toccano compiti specifici  e diversi, ma intrinsecamente complementari e da realizzare in continuo interscambio.
Diciamo che esiste una specie di movimento di sistole e diastole che va dalla Chiesa al mondo e dal mondo alla Chiesa in cui quei due stati intervengono apportando peculiari valori. La patria della Chiesa è la storia dell’uomo.
A questo punto ritengo opportuno riportare qui la nota dei Vescovi lucani del “dopo Policoro” anno 1997 dal titolo “ DENTRO LA NOSTRA STORIA CON IL VANGELO DI CARITA’ “.
E’ chiamato progetto culturale perchè orientato ad elevare la <<cultura>> dell’uomo nel senso dell’<<umanità piena>> non solo ma anche a <<salvare>>, a valorizzare in senso cristiano il patrimonio di valori che fanno parte dell’identità di un popolo, ne arricchiscono lo Spirito, ne caratterizzano la storia.
Anima di questo progetto deve essere il Vangelo della Carità che, entrando nella storia, la trasforma e diventa esso stesso storia.
L’uomo di oggi è sganciato dal trascendente, vive delle <<cose>> , dell’utile, dell’eros che ha preso il posto dell’ethos; non ha sintesi, <<intravede la casa dei valori ma ne ha perduto la chiave>>. Ed ecco allora la necessità per la Chiesa di orientare l’uomo di oggi con la riscoperta dell’Altro, che deve portare ad un incontro nuovo con la storia.
<<Con il progetto culturale, perciò, bisogna riaccendere la luce dei valori, pensare la fede e trasmetterla vivendola, traducendola nella via, proporre la forza sociologica del Vangelo che rinnova la cultura, eleva la moralità dell’uomo, converte la coscienza personale collettiva>>.
Ecco le linee di impegno specifico: 1) Ambito della cultura e della comunicazione sociale. E’ necessario inculturare la nostra fede e la nostra evangelizzazione. Se altre ideologie hanno lo spazio e la libertà di creare e trasformare la nostra cultura, non rinunzieremo a rivalutare e seminare i principi della fede. Che in Cristo si riassume e si qualifica.
Ma la cultura cristiana oggi: è permeata dalla fede in Gesù Cristo rivelatore e maestro della verità che fa liberi? Nella odierna società complessa, la cultura cristiana si libera e rende liberi i credenti dalle ambiguità, dal pragmatismo, dalle nebulosità?
                                                       2) Ambito della famiglia. E’ realtà in sfascio, ma cellula di futuro. E’ quella che ha risentito di più dei terremoti ideologici, giuridici e morali; ed è quella che può costituire la cellula viva e vitale di una società che intende risorgere.
                                                        3) Ambito della partecipazione alla vita sociale e politica. E’ l’arte della vita comunitaria, del governo della cosa pubblica, del bene comune  quale suprema legge del sociale e suprema espressione di carità che è venuta a mancare o ha fatto cilecca negli ultimi decenni. Perciò dobbiamo portare anche in questo ambito il seme evangelico attraverso non una mentalità partitica, bensì attraverso i credenti illuminati e ben formati a questo delicato compito politico. La Chiesa è chiamata ad illuminare ed animare l’azione per la promozione umana, per suscitare il senso civico, per infondere contenuti e forza ideale ai militanti e per sollecitare presenze qualificate.  
                                            4) Ambito della solidarietà. Promuovere l’educazione permanente e capillare dei fedeli delle nostre comunità alla solidarietà e mirare a fare della solidarietà la traduzione permanente della cultura cristiana, come coniugazione del Vangelo con la storia degli ultimi e rapportare costantemente la fede ai comportamenti personali e alle strutture sociali, ordinandoli alla solidarietà. L’amore preferenziale ai poveri è la caratteristica propria del cristiano che trae le sue origini dall’amore trinitario e dalla sacra inabitazione di Dio nei poveri e negli ultimi.
                                                      5) Ambito dei giovani. Essi sono i depositari e gli operatori della speranza. Essi stanno dimostrando di essere, in prevalente percentualità, coloro che vogliono puntare su Cristo per l’avvenire. Allora puntiamo su di loro, abbiamo fiducia del loro entusiasmo. Occorre escogitare proposte e iniziative per contribuire alla promozione sociale, culturale, politica ed occupazionale dei nostri giovani.
E’ di vibrante attualità poi la centralità della scuola. Molteplici purtroppo sono le problematiche che investono oggi il mondo della scuola rendendo sempre più complicato il lavoro degli insegnanti: la crisi di valori, la fragilità della famiglia, la mancanza di punti di riferimento per i giovani, i mass media e le nuove tecnologie che si impossessano degli interessi e del tempo dei ragazzi fino a renderli distratti, svogliati e noncuranti. E diciamo pure che il compito dell’educatore è stato sempre difficile, ma oggi lo è molto di più in quanto è cambiata la visione che l’uomo ha di se, sono cambiati gli stili di vita e non vi sono più riferimenti affidabili. Educare significa dare testimonianza viva, non perdere la fiducia, anzi spendere sempre più forze ed energie per compiere la grande missione educativa.
A questo punto voglio ricordare i pionieri della scuola di San Severino in questi ultimi 50 anni.
Dobbiamo guardare con gioia e fiducia ai vasti aeropaghi dell’educazione, della scuola e della cultura che ora più che mai è la vera e maggiore risorsa della società e nell’ambito della nostra democrazia pluralistica deve avere nei giovani carattere pluridimensionale e polivalente, per la formazione dell’uomo <<intero>>.
Interesse all’uomo è volontà di servirlo: non un interesse intellettualistico, bensì un interesse che è slancio di amore, appassionata partecipazione, impegno di servizio alla verità e all’autentico progresso. A questo proposito affermo che l’editoria è un patrimonio culturale tutto da rivalutare e valorizzare. I periodici locali danno molto per stimolare la partecipazione democratica dei cittadini alla vita sociale, politica e culturale delle piccole comunità, del loro contributo per documentare e recuperare la storia passata e recente ed il vissuto quotidiano di uomini e donne, di giovani ed anziani che non troverebbero spazio nelle pagine della grande stampa.
<<Verba volant, scripta manent>> voglio sperare che l’antico detto si avveri anche per le mie pubblicazioni che intendono far del bene a tutti, a cui auguro giorni prosperi e sereni.
Educhiamoci alla vita buona del Vangelo. A proposito gli Orientamenti pastorali CEI per il decennio 2010-2020 “Educare alla vita buona del Vangelo” delineano una svolta profonda nella pastorale italiana: l’educazione al centro dell’azione di ogni Chiesa locale. Ciò significa il primato di Dio, grande educatore del suo popolo e la necessità di saper educare attraverso esperienze dove s’incontra il Signore e non solo attraverso occasioni dove si viene a sapere qualcosa su di Lui. Viene sottolineato il primato educativo della Comunità Eucaristica e del cammino di fede che essa vive ovvero l’anno liturgico.
Ed ora una chiarificazione importante. La storia non spiega la storia in tutti i suoi aspetti, se non è storia della salvezza. Così fu vista dall’antichità e dal medioevo cristiano. Solo in tempi recenti la critica storica e il laicismo razionalista s’illusero di poter sganciare la storia dalla Fede e già cantavano vittoria, dimenticando che per la sua cronologia usavano…l’era cristiana. Bisogna tenere gelosamente presente quanto Giovanni Paolo II affermò nella sua prima lettera enciclica: la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina. “Da Dio veniamo, per Lui viviamo, a Lui siamo diretti”.
Rinnovo i più vivi ringraziamenti con i più fraterni auguri a tutti voi che avete partecipato a questo miniconvegno.
Grazie! Grazie!

Don Camillo Perrone, Parroco emerito di San Severino Lucano